Ricordo di Giancarlo

Se non avessi smesso da tempo di credere al caso e al binomio fortuna-sfortuna, lo definirei un incontro imprevisto dettato da casualità e buona sorte.
Lo considero, invece, uno di quei regali inaspettati che ti fa la vita, da tenere in gran conto e di cui ringraziare.
Non avevo mai avuto occasione di conoscere personalmente Giancarlo Ferrero. Lo avevo incrociato qualche volta, lo avevo sentito in conferenze e presentazioni, avevo letto suoi libri, articoli e interventi, ci eravamo scambiati due parole in mezzo ad altra gente. Ma non ci eravamo mai veramente “incontrati”.
Poi, un giorno, nel mio cassetto a scuola c’era una busta con un libro introvabile di Adriana Zarri, Quaestio 98. Me lo mandava Livia, la moglie di Giancarlo, che aveva saputo da un’amica comune che lo stavo cercando. Terminata la lettura, sono andato a restituire la preziosa copia con dedica dell’autrice. Ad aprirmi la porta non c’era Livia, con cui avevo parlato al telefono poco prima, ma Giancarlo.
Sono rimasto un attimo incerto se dargli del lei o del tu, poi il suo sorriso ha fatto prevalere la seconda opzione. Mi ha accolto con calore e  amicizia, ci siamo seduti e abbiamo parlato per quasi due ore.
E’ incredibile quante cose possano stare dentro a un centinaio di minuti di chiacchierata, quanta ricchezza ci possa essere nello scambio di idee, di esperienze, di emozioni, quanta vita si possa travasare da uno all’altro con la magia della parola e dell’ascolto. Abbiamo parlato di legge e di Costituzione, di poesia e narrativa, di piani regolatori e degrado, dello scrivere e del leggere, di Cuneo e degli Esuli, di vita e di morte, di gioia e sofferenza. Il tutto legato dal filo conduttore delle sue parole chiare e appassionate, ad amalgamare argomenti apparentemente disparati.
Il tempo è volato, ci ha interrotto la telefonata di un suo amico che lo stava aspettando da qualche parte. Nel lasciarci ci siamo dati appuntamento per la domenica successiva al presidio degli Esuli contro il degrado urbanistico e in difesa del territorio.
Quel giorno Giancarlo non c’era, forse il male che l’ha portato via così bruscamente si era già fatto sentire.
A pensarci adesso, certe sue parole di quel nostro incontro hanno colore di profezia.
La sua voglia di poesia, il suo bisogno di raccontare, la domanda irrisolta sul perché del dolore. Anche il suo attivismo, che mi aveva stupito: il bisogno di fare, di agire, di farsi sentire.
Come se sapesse che il tempo era contato, che le cose da fare erano ancor molte, troppe.
Mi è rimasta l’impressione che questo suo lottare indomito contro le storture e le ingiustizie dei nostri tempi, quell’indignarsi contro il degrado becero della politica, quella forza nel non rassegnarsi e non tacere siano la risposta vera a quella domanda sul dolore, sul dissolvimento, che non può trovare soluzione nelle nostre storie personali.
Uscire dallo stretto confine di se stessi e prendersi cura degli altri, del bene comune, della società civile, della democrazia, della nostra Italia, della nostra Cuneo. Questa mi pare sia stata la sua risposta inespressa a quella domanda impossibile con cui ognuno, prima o poi, si scontra.
Questa la sua impegnativa eredità.
Giancarlo è morto proprio in quel periodo dell’anno che il calendario cristiano dedica al mistero irrisolvibile della morte e alla Pasqua di resurrezione. “Non ultima è la morte” era il titolo dell’editoriale della Guida della scorsa settimana. Nella mia poca fede, una delle poche certezze è proprio questa: la morte non ha l’ultima parola, non cancella le relazioni, non può nulla contro l’amore.
“Le vele sono pronte, presto s’alzerà il vento e io dovrò partire” aveva scritto.
Buon viaggio, Giancarlo. Buon Camino, come si dice fra pellegrini.
Grazie per il tuo impegno, per il tuo esempio, per il tuo non rassegnarsi, per le tue parole, per i tuoi scritti.
E grazie, anche, di quelle due ore che mi hai regalato quando ormai il tempo si faceva così prezioso.
lele
 
scritto il 18 aprile 2011, pubblicato su La Guida del 22 aprile