Lenta-mente
Chissà chi ha scelto la data?
Il 28 febbraio scorso era la giornata mondiale della lentezza, festeggiata quest’anno per iniziativa degli Esuli con cibo, musica e parole.
Febbraio è il mese più corto, pare quasi aver fretta di passare, di traghettare il bianco dell’inverno nel verde primaverile, di regalarci anticipi di sole e speranze di aria aperta Non so perché abbiano scelto proprio l’ultimo giorno di questo mese corto e frettoloso per festeggiare la lentezza; forse per necessità di paradosso o per ricordarci che siamo comunque prigionieri di un mondo che ruota troppo velocemente, nonostante tutti i nostri sforzi di rallentamento.
Mi è dispiaciuto non poterci essere, alla cena in musica, ma mi unisco idealmente al convito, anche se non sono un patito di ricorrenze e feste comandate; né di quelle tradizionali, né, soprattutto, di quelle commerciali o di nuova istituzione. Non sopporto la festa della mamma, quella del papà, degli innamorati, dei cuori solitari, la giornata del boy scout, dei cuccioli di foca, l’anniversario della guerra di Crimea. Mi piace poco perfino l’otto marzo, credo sarebbe meglio festeggiare concretamente le donne 365 giorni all’anno, invece di regalare mimose infreddolite in una data convenzionale e rovinar loro la vita per il resto del calendario. Anche la ricorrenza dell’Unità di Italia non riesce a entusiasmarmi troppo, se penso a come siamo riusciti a ridurre l’amata patria in soli centocinquant’anni
Ma non posso proprio fare a meno di associarmi di cuore alla giornata della lentezza.
A dirla tutta, sono un forzato dell’andamento lento: non sono mai stato veloce, né di mano né di mente. Nel West avrei avuto vita corta, freddato al primo duello senza neppure il tempo di estrarre la colt, una delle tante comparse destinate a sparire trasformandosi in un’altra tacca sul calcio d’osso dell’eroe di turno. L’età ha accentuato l’impaccio e la tendenza alla vita tranquilla e ai riflessi appannati. Le risposte buone mi vengono sempre in mente a discussione finita: forse anche per questo preferisco il lento procedere della penna o della tastiera, se devo provarmi a condividere idee o sensazioni.
Ho scoperto la bellezza dell’andar piano grazie alla bicicletta, ai centoquarantamila chilometri messi insieme in questi ultimi anni girando lentamente i pedali per l’Italia e l’Europa. Lo spazio guadagnato con la forza muscolare e pagato, appunto, in tempo: cento chilometri contro una giornata di piacevole fatica. Uno scambio che ho sempre trovato molto conveniente.
Dopo i cinquant’anni, per festeggiare la vecchiaia, ho iniziato a viaggiare a piedi, riducendo ulteriormente la velocità di crociera e riportandola entro i limiti biologici per cui siamo stati progettati. E’ sempre energia pulita dei muscoli, ma la differenza, anche psicologica, è incredibile. Per chi è abituato alle “folli” velocità ciclistiche, sembra di non muoversi affatto. Alla fine della giornata si è poco distanti dal punto di partenza, non si ha l’impressione che qualcosa sia cambiato. Attraversando la Francia da est a ovest un giorno abbiamo intravisto una specie di nuvola bianca sfumata sullo sfondo: erano i Pirenei innevati. Dopo una settimana si erano ingranditi, prendendo la forma di montagne. Dopo quindici giorni non li vedevamo più perché erano sotto i nostri piedi, c’eravamo “dentro”. Ho capito cosa significa guadagnarsi lo spazio, entrare nei luoghi.
Pedalare e camminare mi hanno fatto capire la bellezza del vivere lento (e l’assurdità del contrario: vivere di corsa, come se avessimo tanta fretta di arrivare alla fine del nostro percorso).
Mi hanno però anche reso consapevole che la lentezza non è solo questione di movimento, ma una filosofia di vita, quasi una religione.
Il fattore fisico (muoversi piano) è necessario, ma non sufficiente. Corpo e mente (o corpo e anima, per chi preferisce) sono una cosa sola (alla faccia del dualismo platonico che ha infettato il cristianesimo e l’intero mondo occidentale).
Uno condiziona l’altro, per guarire dal mal di fretta bisogna rallentarli entrambi. Altrimenti saremo camminatori lenti divorati da ansia e nervosismo o sportivi ipercinetici incapaci di attività mentale significativa.
Un aiuto ce lo può dare la natura, che ha cicli distesi legati al lento muoversi degli astri. Piantare alberi, fare l’orto, curare il giardino è terapeutico per i malati di frettolosite cronica, obbliga a pensare in termini di settimane, mesi, decenni. Per mangiare le proprie mele, pere, nocciole, noci ci vuole la pazienza di anni, per tagliare la propria legna servono lustri.
I frassini che trapianterò questa primavera scalderanno i miei figli o i miei nipoti. Arrivando a Cervasca, nel 97, abbiamo messo a dimora alberi da frutta prima ancora di presentare in comune il progetto per ristrutturare la casa. Negli anni successivi, mentre noi giocavamo a fare i muratori e i falegnami, peschi e susini crescevano al loro ritmo tranquillo e ora l’investimento rende buoni dividendi annuali sotto forma di vitamine e marmellate. Sicuramente meglio dei bond Cirio o Parmalat, per restare nel campo della finanza alimentare.
Vivere lenta-mente significa ostinarsi a usare mani e piedi, preferire attrezzi semplici e robusti, riparare e non buttare, amare le cose per il loro valore d’uso (in modo che il tempo, invece di deprezzarle, le renda sempre più preziose, con una logica inversa a quella commerciale e corrente), costruire da sé quanto ci occorre, usare la tecnologia senza farsi usare da essa, preferire gli incontri reali a quelli virtuali, andare a trovare un amico/a invece di telefonare, leggere invece di guardare la tele, partire in anticipo per non avere tempi stretti, fare deviazioni dal percorso abituale, fermarsi a chiacchierare col vicino di casa, scrivere (anche) lettere di carta, non permettere al lavoro di invadere il sacro spazio personale e famigliare, alla faccia dei Brunetta e dei Marchionne di turno.
Soprattutto, non essere multitasking, fare cioè rigorosamente una cosa alla volta. Tralascio il mangiare con calma, sulla cui traduzione inglese Petrini ha costruito il suo impero, e che mi pare frutto di semplice buon senso.
Mi addentro, piuttosto, nel terreno sdrucciolevole della metafisica.
Vivere lenta-mente vuol dire percepire la gioia come uno stato di serenità stabile piuttosto che come un’accelerazione o l’ebbrezza di un precario piacere.
Significa vivere con un pensiero debole (ma con una passione forte).
Puntare all’essere e non all’apparire (è più sicuro e meno stancante).
Prendersi tempo per le relazioni e il tempo per la solitudine e goderseli entrambi.
Diventare cultori dell’arte dimenticata di ascoltare (e di tacere).
Lasciare spazio al silenzio, interrompere la continua colonna sonora che accompagna le nostre giornate.
Avere come maestra la curiosità.
Fare sempre più cose per il piacere di farle e sempre meno cose per l’obbligo di farle.
Lavorare poco e bene, piuttosto che molto e male.
Prendersi il tempo per farsi idee proprie invece di prendere a prestito quelle altrui.
Non confondere mai fede e religione. Diffidare da chiunque dica di avere valori non negoziabili.
Preferire di gran lunga i punti interrogativi a quelli esclamativi.
E, avendone il tempo (per restare in tema) si potrebbe continuare la piacevole chiacchierata all’infinito.
Ma ora devo proprio andare.
Dovete scusarmi, tanto per cambiare, vado di fretta…
Cervasca, 2 marzo 011 pubblicato su Vivermeglio di marzo 011