Naufragi paralleli
Di questi tempi, forse per qualche scherzo dell’inconscio che mi suggerisce di prepararmi al peggio prossimo venturo, forse per consolarmi confrontando i nostri guai con le pene altrui, forse per qualche altra ragione che non riesco a spiegarmi, leggo sovente storie di naufragi.
Il mare è sempre una bella lettura, per noi gente di terra e di montagna, confinata nella quotidianità di orti e frutteti, di castagne e noci che stanno per cadere, di mele da raccogliere e legna da mettere alla susta. E’ bello leggere storie colorate di azzurro, per noi che stiamo passando dal verde dell’erba estiva ai gialli e ai marroni dei primi freddi. E’ piacevole sentire l’odore del sale e del vento, fare il punto col sestante cercando le altezze delle stelle e sprofondare nell’immensità senza confini dell’oceano in attesa che il gelo restringa il nostro orizzonte alla cucina scaldata dal putagé e la neve ingoi nel suo ventre bianco l’intera tavolozza dei colori.
Per noi, poi, che ci sentiamo in procinto di affondare è pure lettura istruttiva.
Ogni secolo ha il suo naufragio. Il novecento ha l’arroganza tecnologica del Titanic, l’ottocento la tremenda epopea della Meduse. Per il ventunesimo secolo bastano le migliaia di disperati affogati o affondati fra Libia e canale di Sicilia con i soldi e la benedizione del nostro governo.
Mi hanno colpito in modo particolare due storie che hanno in comune la terribile esperienza della perdita della nave, ma divergono per il finale e soprattutto per la gestione dell’evento. Provo a riassumerle in quattro parole.
Mercoledì 27 ottobre 1915: l’Endurance, prigioniera ormai da mesi della banchisa del mare di Weddel, vicino all’Antartide, è stritolata dalla pressione dei ghiacci. Ci sono 22 gradi sotto zero, la terra dista migliaia di chilometri, tutto intorno si estendono banchi di vario spessore con superficie percorsa da creste gelate alte diversi metri. Nonostante tutto, il capitano, Ernest Shackleton giura a se stesso che porterà in salvo tutti i suoi compagni. Inizia quella che è stata definita “la più grande epopea di sopravvivenza marina e glaciale della storia dell’Uomo” prima trascinando slitte, barche e masserizie fra ghiacci e canali , poi navigando su una scialuppa nei terribili mari australi e infine attraversando a piedi una catena montuosa inesplorata. E’ una storia raccontata dallo stesso protagonista senza alcun tono enfatico, vale la pena leggerla. Sette mesi in condizioni incredibili, quasi altrettanti per recuperare gli uomini lasciati indietro su un isolotto sperduto. Alla fine, incredibilmente, tutti salvi.
Racconto ben diverso quello del famoso naufragio della fregata Meduse, guidata da un aristocratico del tutto incapace e irresponsabile che la porta ad arenarsi su un banco non lontano dalla costa. Il comandante si fa calare sulla scialuppa comodamente seduto in poltrona mentre 158 persone si devono accontentare di una zattera improvvisata. Moriranno in 145, dopo essersi letteralmente sbranati a vicenda. I quadri di Géricault, in un’epoca in cui non c’era ancora Youtube, hanno dato forma agli incubi dei superstiti rendendo indimenticabile la vicenda.
Due storie antitetiche, entrambe interessanti.
Sì, ma cosa c’entrano, si chiederà a questo punto qualcuno che ha avuto la costanza di resistere fin qui.
Lette in parallelo dimostrano una verità che noi, generazione un po’ anarchica nata dai flussi e riflussi del post sessantotto, tendiamo a trascurare: nelle vere crisi è meglio avere dei buoni capi. La situazione dell’Endurance (bel nome, fra l’altro, che potremo tradurre con “Resistenza”) era infinitamente più difficile, quasi disperata. In confronto il naufragio sotto costa della Meduse era una passeggiata. Perfino Bertolaso avrebbe saputo probabilmente gestire quell’emergenza, relativamente facile. Eppure le conclusioni sono state diametralmente opposte alle premesse.
Che ci piaccia o no, quindi, la differenza, quando il gioco si fa duro, la può fare chi comanda.
E a questo punto possiamo tirare le barche in secca e tornare nel terzo millennio e nella nostra triste penisola circondata da mari in perenne tempesta..
Per scoprire che siamo tutti orfani di capi competenti e onesti.
Sembra sparita addirittura la razza, pare non ne sia rimasto nessuno in circolazione.
Tutti quelli che mi vengono in mente, ministri e sottosegretari, governatori, sindaci e assessori, politici promossi, trombati e ricorrenti, maggioranza ed opposizione, banchieri e industriali, prelati e finanzieri li vedo molto più facilmente nell’atto di farsi calare assisi in poltrona sull’unica scialuppa disponibile piuttosto che nello sforzo di trascinare una slitta sul ghiaccio insieme ai compagni con la determinazione di salvarsi tutti insieme.
Di governo e dintorni non vale neppure la pena parlare: i risultati concreti nel campo della scuola, sanità, industria, vita sociale sono sotto gli occhi di tutti e ognuno può constatare di persona il livello di competenza, di onestà, di rispetto per le istituzioni e gli avversari, di senso democratico. Qui non si tratta solo di capitani incompetenti, ma di armatori che hanno l’interesse di far naufragare la nave per incassare i soldi dell’assicurazione o di ufficiali che hanno svenduto provviste e attrezzatura, vele e pennoni per farsi la pensione integrativa. E di pirati che, al grido di “Roma ladrona” vanno all’assalto di fondazioni bancarie e posti di potere, occupando militarmente ogni poltrona disponibile per sé e la discendenza (ancorché inetta), cacciando i pochi amministratori capaci per sostituirli con gli amici degli amici. Unicredit docet.
L’opposizione non sta certo meglio, in fatto di leadership.
Mentre la destra si sta mangiando a grossi bocconi quanto resta di democrazia, diritti e servizi, nel recinto desolato della cosiddetta sinistra razzola un gruppo di attempate primedonne intente a sbranarsi fra di loro (proprio come sulla zattera della Meduse) per giocare al primo della classe. Il Leader Maximo, skipper di lungo corso e collezionista di innumerevoli naufragi, si ostina a non cedere il timone a cui si aggrappano nuovi e vecchi ufficiali in seconda, con la vista appannata e le divise logore.
Consoliamoci almeno a livello locale, verrebbe da dire a questo punto. Ma, ahimé, neanche a Cuneo stiamo poi così bene, se guardiamo a quel che capita sul ponte di comando.
La Presidente Gancia si adegua al vezzo diffuso di parlare male dei dipendenti pubblici e, in omaggio al turpiloquio ufficiale di partito, riesce nella bella impresa di inimicarsi in un colpo tutto il personale della Provincia. Valmaggia, forse invidioso dei colleghi di Andro e dintorni, tira fuori anche lui la sua bella ordinanza e non trova niente di meglio che prendersela con le povere biciclette che rovinano il decoro cittadino.
E poi le costosissime e inutili zone 30 e 40, marciapiedi ciclabili a metà strada fra una trappola e un ghetto per velocipedi, attraversamenti fatti, rifatti e ricoperti con corollario di spiegazioni penose, autostrade incombenti, cemento, asfalto e capannoni al posto dei prati. E fra poco i 557 nuovi posti auto del parcheggio del Movicentro che inghiottiranno 900 posti liberi (sui 1150 della zona, con la bella percentuale del 78%) per rimpinguare le casse comunali (e private, con quel bel gioco di spartizione che si chiama “project financing”).
Il tutto a dimostrare che per far naufragio non è poi così necessario il mare aperto: a volte può bastare anche il laghetto di Basse di Stura.
Cervasca, 4 ottobre 010 pubblicato su Vivermeglio di novembre 010